Dinamiche di gruppo nei team remote-first
Cosa cambia quando l’ufficio diventa videochiamate e chat, e come rendere visibile l’invisibile.
Leggi · 2 minLavorare tra culture diverse non significa soprattutto conoscere le regole di ogni Paese. Significa notare le proprie abitudini date per scontate e lasciare spazio a quelle degli altri.
Ho lavorato con team e candidati in Italia, in Portogallo e ben oltre, spesso tutto nello stesso momento. L’engagement interculturale è diventato una delle competenze su cui faccio più affidamento, nel recruiting come nella ricerca.
Ognuno porta con sé idee su come dovrebbe funzionare il lavoro: quanto deve essere diretto un feedback, cosa significa davvero una scadenza, quante chiacchiere vengono prima degli affari, chi parla per primo in una riunione. Nessuna di queste è giusta o sbagliata. Diventano un problema solo quando si dà per scontato che la propria sia universale.
Cerco di rendere esplicite le aspettative: come sarà il feedback, come si prendono le decisioni, cosa significa “urgente”. Nei colloqui, domande strutturate e criteri chiari riducono il rischio di premiare uno stile familiare invece delle capacità reali. Ma soprattutto aiuta la curiosità. Chiedere “come affronti di solito questa cosa?” apre più porte che dare per scontato.
Stili di lavoro diversi possono creare attriti, ma portano anche idee migliori e reti più ampie. L’obiettivo non è che tutti lavorino allo stesso modo, ma che modi di lavorare diversi riescano a incastrarsi.
La consapevolezza culturale parte da una domanda: cosa sto dando per scontato?
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